Niente Bacchette Magiche

E’ praticamente impossibile che una persona, colta dal desiderio di prendere un cane, si affidi ai consigli di un esperto per scegliere quello più adatto a lui. Ed è ancora un caso più unico che raro che questa persona, in attesa dell’arrivo del cucciolo, si prepari e si documenti sulle necessità del cane che ha scelto con la stessa accuratezza che avrebbe nel caso in cui aspettasse un figlio. Comunque  sia, poniamo che qualcuno decida di comprarsi un cucciolo. Può capitare che costui, confuso di fronte all’affollarsi di decreti, ordinanze e patentini vari che oggi fioriscono intorno alla secolare alleanza tra uomo e cane, oppure più banalmente spinto dall’incapacità di interrompere l’abitudine del suo fido di innaffiare di  pipì il tappeto del salotto, decida di rivolgersi ad un addestratore. È quest’ultima una decisione non comune, che difficilmente colpisce i proprietari novelli e quasi mai i più esperti, e che generalmente viene presa solo dopo aver già tentato di risolversi le difficoltà della convivenza appoggiandosi ai consigli della televisione o di qualche manuale. Alla piccola percentuale di coraggiosi che attua questa scelta, capita di imbattersi in un mondo poco prima sconosciuto, nel quale si muovono i più disparati esperti, specialisti e tuttologi: il mondo della cinofilia. Questa dimensione, che apparirà in un primo momento affascinante e divertente, potrebbe finire per rivelarsi un labirinto di Cnosso, ma è comunque una scelta preferibile a quella di arrangiarsi seguendo i consigli televisivi di Ceasar o Victoria. Non voglio entrare in polemica con questi personaggi, ma solo ricordare che ogni razza, o meglio ogni cane,  ha delle caratteristiche ben precise, e il cucciolo possiede già una personalità complessa che non merita di essere banalizzata da una serie di regole semplicistiche. Dunque l’intento di questo articolo non è quello di fornire facili soluzioni, ma semplicemente di proporre degli spunti di riflessione.

Vorrei raccontarvi la storia di una qualsiasi persona che decide di comprarsi un cucciolo di Alaskan Malamute. Il piccolo è un batuffolo, dorme tanto e attira molta attenzione quando si va in passeggiata. È impossibile non amarlo e i primi sette mesi scivolano via veloci. Fingiamo che il giovane Malamute sia un maschio, e che all’età di 15 mesi comincino ad insorgere una serie di problematiche abbastanza comuni. Il cane tira al guinzaglio, lo ha sempre fatto e il comportamento è andato peggiorando. Quando il suo umano si ferma troppo in un posto lui ulula e salta addosso per riprendere a camminare. Odia essere toilettato, si divincola e spesso mordicchia. In casa è affettuoso e si fa perdonare ogni cosa. Giusto l’altra settimana però, il proprietario si è profondamente offeso perché, quando ha cercato di sottrarre al cane un pezzo di formaggio appena rubato, lui ha ringhiato in modo deciso, e al secondo tentativo ha fatto schioccare i denti a pochi centimetri dalla mano. Prima di abbandonarci a facili conclusioni facciamo un salto indietro nel tempo.

 Quando il nostro malamute (che d’ora in poi chiameremo Jack per facilitare la lettura) è entrato, cucciolo di due mesi, nella casa del nostro proprietario medio (Alfredo)  gli è stato subito richiesto un grande sforzo: quello di adattarsi rapidamente alla società umana, di imparare la nostra lingua, e di amare Alfredo incondizionatamente. Le principali preoccupazioni sono: che Jack smetta di fare la pipì in casa; che Jack non distrugga nulla; che Jack sappia stare fermo mentre Alfredo chiacchera o beve il caffè durante la  passeggiata (che teoricamente sarebbe per Jack); che Jack non tiri al guinzaglio. Se fa queste cose normalmente viene considerato un cane educato, nella accezione umana del termine. È facile notare che si tratta di una serie di richieste per Jack, mentre mancano totalmente le richieste per  Alfredo, in modo che divenga un uomo educato, nella accezione canina del termine. Mentre Alfredo si perde in chiacchere e si preoccupa della pipì, Jack lo osserva, e intanto cresce e impara. Memorizzerà i  segnali sociali di Alfredo, i suoi odori, e saprà riconoscere la sua mimica. Alfredo invece, che ama  il suo cucciolo ma lo guarda quando ha  tempo, presto si troverà davanti  un perfetto sconosciuto. Ha scelto un Malamute per il suo aspetto magnetico, ma si è dimenticato che si tratta di un cane nordico da slitta, appartenente al gruppo 5, quello dei cosiddetti cani “primitivi”, caratterizzati da un forte senso gerarchico e da espressioni aggressive ritualizzate. Il fatto che Alfredo si sia distratto durante la crescita di Jack significa che oggi, nella loro scala gerarchica , è in netto svantaggio.  I cani si esprimono principalmente con le posture e il baricentro: nonostante si tratti di una forma di comunicazione molto immediata, spesso per noi umani non è facile comprenderla, e arriviamo al conflitto senza accorgerci delle incomprensioni che si sono esasperate. Prendiamo ad esempio Jack e Alfredo in giro al guinzaglio. Il guinzaglio spesso è solo il metro di misura di altri problemi. Jack tira senza minimamente curarsi di Alfredo: non sta uscendo con Alfredo, ma da solo, quindi il problema di base è il rapporto. Cosa succedeva quando Alfredo usciva con il piccolo Jack alla scoperta del mondo? Il cucciolo si protendeva per tutta la lunghezza del guinzaglio, con il baricentro proiettato in avanti e lo sguardo verso dove voleva andare. Sul guinzaglio avvenivano varie tensioni, e quando Jack si girava a guardare Alfredo lo trovava spesso intento a leggere un sms sul cellulare. Alfredo dal canto suo, dopo aver assecondato per un po' l’andatura del cucciolo perché preso da altre faccende, accorciava improvvisamente il guinzaglio, solo per poi allungare nuovamente il braccio. Sono passati i mesi, e il giovane Jack pesa circa 35 kili. Quando tira al guinzaglio esercita una certa pressione, e spesso Alfredo si trova con le braccia tese, il busto in avanti e il sedere indietro. Nel tentativo di riprendere il controllo della situazione e darsi un contegno mentre passa davanti alle ragazze del bar, Alfredo molla due strattonate al guinzaglio e riporta Jack vicino a sé, ma il malamute sa perfettamente che dopo poco Alfredo si stuferà, e lui con una sana tirata a baricentro basso potrà tornare a trascinarsi appresso Alfredo come un sacco di patate. D’altra parte, cosa doveva capire Jack da Alfredo? Non gli dava attenzione, la sua postura era assente, non trasmetteva né direzione né coerenza. Jack non ha trovato una guida, e se l’è cavata da solo. Nell’opinione pubblica è il cane che passa per indisciplinato, ma ancora una volta sono le mancanze dell’uomo ad esasperare la situazione. Non è l’addestramento nel senso stretto del termine che manca, bensì ancora una volta la comunicazione. Analizziamo due situazioni differenti, ricordandoci che stiamo parlando di malamute al guinzaglio, e non di una condotta sportiva:

1.     il cane  tira il guinzaglio per  tutta la sua lunghezza, approfittando anche delle braccia del proprietario, il quale in un primo momento lo asseconda cercando di corrergli dietro, e poi lo strattona per portarlo dove vuole. Appena raggiunto il luogo desiderato lascia di nuovo che sia il cane a portarlo in giro, dispensando una serie di “no” ogni volta che il cane si ferma ad annusare qualcosa . Cane e proprietario non sono mai vicini.

2.     Il cane cammina davanti al proprietario, il guinzaglio è disteso ma non tirato, se non per brevi momenti.  il braccio dell’uomo è rilassato, il gomito vicino al torace, il busto eretto e la falcata è regolare. Quando il proprietario decide di cambiare strada fa schioccare la lingua e si gira, il suo baricentro indica chiaramente la direzione. Il cane volta solo un orecchio, ma asseconda il movimento. Quasi non si nota la rapida occhiata che intercorre tra i due. Il proprietario prosegue a passo regolare mentre il cane trotterella nuovamente in avanti.

Anche nel secondo caso cane e proprietario non sono mai vicini, ma la distanza è solo fisica: tra i due binomi c’è un abisso che in realtà non sta nel guinzaglio, ma nel rapporto. Il vantaggio non è solo del proprietario, che eviterà lo stiramento del bicipite, ma soprattutto del cane, che non si troverà a dover prendere decisioni da solo e potrà affidarsi al suo umano.

 Torniamo a Jack e Alfredo. Le progressive incomprensioni li hanno portati alla situazione che descrivevamo all’inizio: il cane che ringhia al proprietario. In realtà nella loro breve storia  si era già proposta una situazione simile. Jack, da cucciolo, aveva rubato una bella bistecca cruda dalla cucina. Alfredo lo aveva sgridato, ma alla fine aveva deciso di lasciargliela ,perché  ormai non avrebbe più potuto cucinarla. Questa volta però Jack ha rubato una fetta di formaggio ancora incartata.Il proprietario vuole riprendersi il formaggio, sinceramente preoccupato che il cane possa inghiottire la plastica. Si avvicina al suo malamute e viene bloccato da un sordo ringhio. In quella frazione di secondo in cui il ringhio di Jack porta Alfredo a fermarsi, a sobbalzare e magari a farsi indietro, si decide l’esito dell’interazione. Per quanto in seguito Alfredo  alzerà la voce, e magari ricorrerà al classico giornale arrotolato, con cui riuscirà a riprendersi il formaggio,  Jack non gli crederà più.  Il malamute si è procurato del cibo autonomamente, e già questo indica che non  attribuisce al proprietario una buona gestione delle risorse. In più, da cucciolo, ha percepito il suo odore in una situazione di rabbia, e ha constatato che è solo “chiacchere e distintivo”:  dopo una pacca e qualche strillo l’aveva comunque lasciato consumare il suo bottino. Quando Jack, ormai adolescente, si sta gustando la sua fetta di formaggio, che motivo avrebbe per cederla ad Alfredo? Il suo odore non è attendibile, e il suo corpo gli ha comunicato che anche solo il ringhio lo ha preoccupato. Ricorrere alla giornalata gli dimostra che per affrontarlo Alfredo ha  bisogno di uno strumento, qualunque esso sia. Il cane ha misurato l’uomo, e lo ha trovato inadatto.  Ora Alfredo cosa può fare?

Paradossalmente nulla, in questo caso specifico: sarebbe inutile cercare di risolvere il conflitto una volta arrivati ad avere un malamute di 40 kili che  ringhia sul cibo. Il problema tra di loro non si risolve in un singolo episodio, ma rivedendo tutto l’approccio mentale tra uomo e cane. Sicuramente questo è uno di quei momenti in cui è necessario rivolgersi ad un bravo educatore e rimpiangere di non averlo fatto prima. Alfredo dovrà lavorare sul rapporto con Jack, dedicargli più tempo, imparare a leggerlo così come Jack legge lui. Quando le passeggiate saranno diventate un momento di condivisione anziché una noiosa routine, quando i momenti di gioco saranno divertenti per entrambi, quando  non saranno più semplicemente due coinquilini tra cui uno dei due compra il sacco di crocchette, allora Alfredo sarà pronto a guadagnarsi il rispetto di Jack. Dovrà imparare a controllare la sua respirazione e la contrazione muscolare. Dovrà comunicare non solo attraverso la voce, ma anche con il baricentro e la postura, e dovrà saper leggere il baricentro e la postura di Jack.  Tutto ciò è solo la base per far sì che i segnali e le scelte di Alfredo abbiano un valore per Jack, e lo portino a meritare il ruolo di padre e di guida.

Alfredo e Jack sono come tanti di noi, e come tanti di noi hanno un lungo sentiero davanti per arrivare ad essere alleati. Il patto tra di loro è radicato nella genetica di Jack, e Alfredo ne è responsabile. E’ facile voler bene ad un cucciolo e non è così caro comprargli del buon cibo, ma è bene ricordare che non esiste denaro per conquistare il cuore di un cane. 

 

Rossana Giada Giordano