Tibetan Mastiff, esperienza di un viaggiatore

Yamdrok camp, Tibet, Dicembre 2011
Il mio primo incontro coi mastini tibetani lo ricordo bene, come fosse ieri. Splendeva un sole glorioso e il cielo spazzato da un vento teso da Nord era di un colore blu-sparato-incredibile. Era il primo pomeriggio di un giorno di fine autunno, proprio come oggi, ma si era nel 1999. Di ritorno da una missione nel Ngarji, Tibet Occidentale, i nostri due Landcruisers filavano di conserva sull’altopiano lasciandosi dietro lunghe nubi di polvere. Su tre-quarti dell’orizzonte, a perdita d’occhio, la pianura si stendeva indisturbata… tranne che a Sud, dove le rocce, le nevi e i ghiacci dell’Himalaya brillavano sotto il sole per centinaia di chilometri, maestosi ed invincibili. Il mio altimetro barometrico segnava una quota di poco superiore ai 5.000 metri. In questi casi, nell’aria rarefatta, la visibilità si estende come all’infinito; aggiungete la bassa saturazione di Ossigeno nel sangue che rende un pó euforica la mente e capite come chi sia stato anche solo per una volta esposto a questo ambiente finisca per portarselo dietro per sempre, piantato nel protoplasma cellulare.
A un certo punto su questo orizzonte, un poco a sinistra “dritto di prua” (uso questi termini nautici per storia mia e perchè, senza strada, viaggiare sull’altopiano era come navigare sul mare) si profiló un accampamento di nomadi: tre magnifiche tende nere di lana di yak piantate su un prato verde e sulla sponda opposta di un torrente d’argento. Nessun essere-senziente era in vista, a parte due cavalli che pascolavano lì vicino, ma dal foro-del-cielo centrale di una delle tende usciva un sottile filo di fumo.
Una breve comunicazione sui VHF e, per evitare di passare troppo vicino all’accampamento e non disturbare persone ed animali, Ochun-la, l’autista della prima macchina, devió di 20 gradi a dritta (haha!) subito imitato dalla seconda macchina, che ci seguiva 50 metri indietro, stando fuori dalla scia. Credevo bastasse ma mi sbagliavo: troppo tardi, troppo poco? Eravamo a circa 300 metri quando ecco che da dietro ad una delle tende sbucarono due cani, come due siluri neri, che con quattro salti attraversarono il torrente in un grandioso alone di spruzzi e, ventre a terra al galoppo e lingua fuori, abbaiando furiosamente si lanciarono all’attacco. Non potei fare a meno di notare che arrivavano a rilevamento fisso: non puntavano cioè su di noi, ma sul punto in cui ci saremmo trovati alla presa di contatto! E quando Ochun-la premette un pó sull’acceleratore i due cani descrissero un leggero arco a sinistra, come due missili Sidewinder a testata autocercante: una rotta di intercettazione perfetta!
Ma i 280 cavalli dei Landcruisers, sebbene ridotti alla metà dalla quota, erano comunque troppi: non ci avrebbero mai raggiunti sempre che…all’improvviso non ci si fosse parata davanti alle ruote una zona dissestata e paludosa, là dove le acque del torrente, straripate, avevano trasformato una vasta area del prato in una marcita fangosa. Così Ochun inserì le 4 motrici in corsa, scaló due marce, rallentó… e in due balzi i molossi ci raggiunsero: molosso 1 sulla prima macchina e molosso 2 sulla seconda, nessun problema! Il fatto che loro fossero due creature pelose a 4 zampe e noi due grossi e duri veicoli fatti da due tonnellate ognuno di buon metallo giapponese, lanciati in corsa, non sembrava impressionarli affatto. Ricordo di aver pensato che avremmo potuto essere leopardi delle nevi, branchi di lupi o yak selvaggi o banditi uighuri e non sarebbe cambiato assolutamente nulla: questi due sarebbero comunque partiti come razzi a difesa dell‘accampamento e si sarebbero fatti sfracellare, massacrare, sbrindellare ma avrebbero comunque dato l’allarme, rallentato “il nemico” e salvato le bestie delle tribù, e magari salvato anche qualche donna o bambino.
Per un centinaio di metri, con i due fuoristrada che procedevano sui 20 km/h a 4 ruote motrici nel fango, i due mastini non ci mollarono un attimo. Posso ancora rivedere la scena adesso, chiudendo gli occhi, con la grossa bestiaccia nera dal pelo lungo (ad occhio stimai allora sui 40-50 kg di peso) che saltava furibonda di fianco alla portiera cercando di mordere lo specchietto retrovisore del Landcruiser. Ero preoccupato che gli potesse “scoppiare il cuore”: a quella quota correre a quel modo, e saltare, ed abbaiare, tutto assieme, costituiva una prestazione fisica incredibile!
Per fortuna non appena rientrati su terreno solido Ochun potè dare tutta manetta e così i due mastini si rimpicciolirono presto nello specchietto retrovisore. Ricordo che solo allora vidi uscire dalla tenda, ormai lontana qualche centinaio di metri, una donna alta, dalla faccia scura, che con calma richiamó indietro i suoi cani.
Il secondo incontro/scontro con questi animali si verificó qualche tempo dopo, in pieno inverno tibetano, in una zona remota della contea di Ghyantze ed in circostanze molto diverse. Avevamo trascorso la mattinata equipaggiando alcune cliniche di xiang e di villaggio nelle valli laterali alla strada che da Ghyantse sale verso Nagartse e il lago Yamdrok. Nel primo pomeriggio, dopo un pasto frugale, ci trovavamo in un villaggio desolatissimo sotto al ghiacciaio del Nojin Kangstang nei pressi del Karola pass. Ricordo che la casupola di terra battuta che costituiva la “clinica” di villaggio aveva una finestra coi vetri rotti e il vento gelido himalayano soffiava dentro impetuoso. Dopo aver aggiustato il locale alla meglio coi mezzi a disposizione iniziammo alla svelta il rientro verso Ghyantse. Poco dopo aver lasciato il villaggio si apriva peró dalla strada principale una deviazione verso Sud-Est che i miei tibetani mi chiesero di poter seguire per visitare un monastero non troppo lontano. Il vento era forte e gelato, ma aveva anche sgombrato il cielo da tutte le nubi; il sole era ancora alto sull’orizzonte e la strada sembrava decente, poco dopo filavamo pertanto a tutta birra su una pianura gelata il cui orizzonte si perdeva lontano scomparendo ai piedi dei maggiori giganti himalayani. La zona era totalmente selvaggia. Solo le rovine di un monastero distrutto nell’abominio della c.d. “Rivoluzione Culturale” giacevano qualche chilometro ad Est, a portata di binocolo, a segnalare una passata presenza umana. Dopo un altra mezz’ora, in un pianoro esposto a tutte le tempeste, ci comparve dinanzi una fortezza quadrata di pietra rossa. Superato un portale degno di Brancaleone da Norcia, Ralung Gompa, monastero di setta Drukpa Kagyupa, fondato nel 1.180 da lama Tsanga Gyare, ci accolse dentro alle sua mura possenti. I monaci, incuriositi e come sempre ospitali, ci scorrazzarono su e giù per corridoi oscuri e cappelle con statue di santi e reliquie, ed offerte, e mandala e santi e ruote della vita e della morte dipinte con grande gioia del mio piccolo team di devoti buddisti. Terminata la visita ci stavamo rifocillando nella foresteria del monastero con generose tazze di tè salato e condito con abbondante burro di yak, una bevanda che solo la condizione estemporanea mi permetteva di apprezzare appieno. Una grande stufa in ferro alimentata a sterco di yak emanava un piacevolissimo tepore. C’era peró nella foresteria quella finestra volta a Sud- Ovest, al di là della quale potevo vedere il panorama terribile e magnifico della catena himalayana spazzata dal vento, illuminata dai raggi del sole calante. Deciso a immortalare la scena recuperai quindi dallo zaino la mia macchina fotografica, una vecchia ma indistruttibile Asahi-Pentax in medio formato 6x7, e preso congedo dai monaci mi arrampicai sul tetto. A questo si accedeva, come al solito, tramite una ripida e pericolante scala a pioli di legno che sbucava tramite una botola sul tetto, terrazzato piatto e guadrangolare, con viste mozzafiato su tutti i lati. Con le mani intirizzite mi
accingevo a montare il treppiede, installare lo scatto flessibile e puntare l’apparato verso lo scenario da pianeta esterno che si profilava a c.a. 10 km di distanza, verso il confine col Nepal quando con la coda dell’occhio colsi un movimento sul lato opposto del terrazzo. Con un balzo al cuore mi resi conto che era un leone, ma un leone dal pelo lungo e fulvo o forse per meglio dire il cane più grosso e dall’ aspetto poderoso che avessi mai visto  e non sembrava affatto contento della mia presenza sul “suo” tetto! Senza neppure smontare il tripode (che, insieme alla Asahi-Pentax, pensai di poter usare come mazza ferrata in caso di assalto) riguadagnai quindi la botola con tutta la rapidità resa possibile in considerazione dei vari impicci che mi portavo dietro. Intanto il mostro aveva lanciato due specie di barriti-ululati che sembravano usciti dalla laringe di un tirannosauro ed aveva cominciato a percorrere il perimetro quadrangolare del tetto nella mia direzione. Ma per fortuna era tutt’altro che veloce cosicchè quando il suo testone infuriato si profiló nella apertura della botola io ero già, con ammenicoli e tripode e tutto, quasi in fondo alla scala. Per un attimo temetti che il bestione, che stimai oltre 60 chili abbondanti di peso, volesse catapultarsi giù; invece il cagnone si limitó ad abbaiare furiosamente mostrando una dentatura poderosa, e non tentó nemmeno di discendere la scala.
Rientrato in foresteria, mentre mettevo via gli strumenti fotografici rammaricandomi per la bella foto mancata (ma rallegrandomi di avere ancora tutti i pezzi della mia anatomia al loro posto) raccontai l’accaduto ai monaci i quali, con la consueta tibetana beata incoscienza, se la risero di gusto. Fingendomi arrabbiato cercai di farmi spiegare che cosa diavolo ci facesse il cane sul tetto e quelli mi dissero che lo portavano lassù di giorno per poi farlo scendere (cosa che il cane poteva fare solo se aiutato dai monaci) di notte, in modo che facesse la guardia nel perimetro interno del monastero. Mi dissero inoltre che non bisognava preoccuparsi troppo perchè il cane era più “dissuasivo” che operativo, insomma che faceva paura ma non era poi troppo pericoloso affermazione che in realtà non mi convinse affatto  e che comunque non avevo nessuna voglia di controllare!!
Oggi, a distanza di anni , dopo molti altri incontri con questi cani, dopo aver iniziato la mia convivenza con Dorje, il mio giovane mastino tibetano, e dopo aver letto vari libri sui molossi (alcuni dei quali generosamente regalatimi da Stefano) mi rendo conto che questi due primi incontri sono stati esemplificativi delle due tipologie principali di questa razza.
Il primo tipo è quello “da montagna”, possente ma agile, nomadico-veloce, sui 40-50 kg di peso, fedele compagno dei pastori e nemico di lupi, leopardi e banditi, che i tibetani chiamano anche tipo-tigre.
Il secondo è quello da “da monastero” o “da fortezza” un gigante da guardia di oltre 60 kg di peso, dalla forza smisurata e impressionante alla vista, terrore dei ladri, e peró relativamente lento, come un semovente, che i tibetani chiamano anche tipo-leonei.
Entrambi i tipi sono accomunati dalle caratteristiche fisiche e psichiche fondamentali della razza; quindi soprattutto da un coraggio senza limiti ed una capacità decisionale notevole. Capacità che li porta, appena esaurita una breve fase dissuasiva di latrati ed atteggiamenti minacciosi, ad una tattica semplice e diretta, da guerriero senza paura: attacco frontale immediato, in qualsiasi situazione e con qualunque rapporto di forza , alla massima velocità consentita.
Onore quindi a questi antichi guerrieri, protettori del sacro Tibet. Tashi delek.

 

Medico Senza Frontiere

Dott. Giorgio Cortassa